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A Torino si prepara un’Onda no global contro il summit sull’università Corteo nazionale degli studenti il 19 maggio nella città sabauda. Per contestare la riunione dei rettori di tutto il mondo Mentre a Palazzo Chigi ministri e rettori si incontravano per delineare il programma di quello che sarà il G8 dell’Università previsto dal 17 al 19 maggio a Torino, gli studenti torinesi esprimevano la loro contrarietà nei confronti di questo appuntamento. Promosso dalla Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane), il G8 University Summit, uno degli appuntamenti di preparazione al vertice di luglio alla Maddalena e al quale parteciperanno i rettori e i presidenti degli atenei degli stati membri dell’istituzione del G8, insieme a quelli di molti altri paesi del mondo, si propone come momento di confronto sul contributo che le università possono dare sui temi dello sviluppo sostenibile, ambientale e sociale che sia. «Sappiamo bene che il G8 non ha nessuna credibilità alla luce delle chiare responsabilità che ha rispetto alla crisi globale in corso e risulta paradossale che sia proprio questa istituzione a voler porre rimedio a ciò che ha contribuito a causare – affermano in un comunicato gli studenti dell’Onda torinese – È inaccettabile quindi come i rettori, pretendendo di rappresentare tutto il mondo dell’università, vadano a interloquire con gli stati membri del G8, legittimando così il sistema economico-politico che da questi viene avallato». Quella che emerge è quindi una spaccatura sempre più netta tra rettori e studenti, tra le figure istituzionali che rappresentano il mondo accademico nelle alte sfere e le persone che vivono quotidianamente l’università, che pagano le tasse sempre più salate e che vedono sempre più svalorizzato il loro percorso di studi. «Nel summit verrà proposta l’immagine vincente di un’università trasformata e globalizzata – continua il comunicato – in realtà abbiamo oggi un’università in crisi, contraddittoria, con un livellamento verso il basso dei saperi trasmessi e che sfrutta i soggetti che li producono condannandoli ad una condizione di lavoro e di vita precaria». L’Onda torinese si propone quindi di organizzare un contro-G8 aperto a tutti. «Nei giorni del summit – spiega Marta – organizzeremo dibattiti, incontri, conferenze e assemblee aperte a tutti, studenti, docenti, lavoratori, insomma tutti quelli “che sono l’Università”». È stato lanciato poi per martedì 19 maggio un corteo nazionale che si snoderà per le vie di Torino e che si prevede farà convergere nella città sabauda migliaia di giovani. Sarà il ritorno dell’Onda in chiave anti-G8, dove le mobilitazioni dell’autunno incroceranno quelle della scorsa settimana contro il G20 di Londra e la Nato di Strasburgo. Gli studenti torinesi lanciano una stoccata preventiva alle Ferrovie dello Stato: «Auspichiamo che per i giorni del summit non si ripeta il solito schema per cui viene negato, dietro costi improponibili, il diritto alla mobilità dalle proprie città. Non vorremmo di nuovo ritrovarci, dopo le mobilitazioni di quest’autunno, a condurre trattative interminabili con le Ferrovie dello Stato». La mobilitazione studentesca prenderà avvio mercoledì prossimo quando si svolgerà un’assemblea pubblica cittadina, alle ore 17.30, a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, «per cercare di creare una rete contro questo G8 – continua Marta – nella quale si proverà a costruire rapporti più approfonditi con quelle realtà territoriali come i no Tav, i no Dal Molin e via dicendo, che si sono mossi in questi anni per la salvaguardia dei beni comuni».

di Tomaso Clavarino

il Manifesto 12/4/2009

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A Torino iniziative nei supermercati e alla Feltrinelli

Sono le 16, le vie del centro di Torino sono stracolme di persone. Va in scena lo struscio pre natalizio. C’è chi compra, chi entra nei negozi e ne esce senza sacchetti e chi guarda solamente le vetrine, tutti in rigorosa fila indiana, immersi in quel lungo serpentone che si snoda per le centrali via Roma, via Po e piazza Castello. Sembra tutto nella norma, ma non lo è. C’è qualcosa che disturba questa scena “idilliaca”. Una musica molto forte si incunea nel vociare degli amanti dello shopping. «Cos’è sto casino?» si chiedono in molti. Sono i ragazzi dell’Onda. Liceali ed universitari si sono dati appuntamento davanti alla libreria Feltrinelli per continuare la protesta, iniziata in settimana, contro la mercificazione della cultura, le politiche di copyright e il caro-libri. “Contro la crisi autoriduzione” è la scritta che capeggia sul banchetto allestito all’esterno della libreria, sul quale sono stati riversati centinaia di libri usati, provenienti dalle biblioteche dei ragazzi, offerti in omaggio ai passanti. Passanti che, all’inizio un po’ intimoriti da questa iniziativa che ha scombussolato la monotonia del sabato prima di natale, hanno usufruito in buon numero di questo “servizio”. Anche, e soprattutto, quando sul banchetto sono stati rovesciati alcuni scatoloni di libri fuori catalogo ottenuti dopo un lento, ma fruttuoso, “lavoro ai fianchi” della direzione della libreria, da parte degli studenti.

«In un paese sempre più colpito dalla crisi economica prodotta dai banchieri e dagli imprenditori, così come dai governi di destra e di sinistra degli ultimi anni – hanno affermato in un comunicato – gli studenti precari hanno deciso di riprendersi una parte di quella ricchezza intellettuale che contribuiscono ogni giorno a produrre, ma della quale vengono quotidianamente espropriati. Il costo sempre più scandaloso dei libri di testo e delle opere scientifiche e letterarie impedisce ai giovani e ai precari di accedere a un sapere indispensabile per la formazione culturale di tutte e tutti. Anche regalare un libro, per queste vacanze, risulta per molti difficoltoso: i prezzi si aggirano su una media dei 30 euro, un costo proibitivo per la generazione degli 800 euro al mese». Questa iniziativa si lega a quella portata avanti, sempre dagli studenti dell’Assemblea No – Gelmini, martedì scorso, e si inserisce nella battaglia a favore di un sapere libero. Dopo un presidio sotto la Siae, in serata gli studenti si sono diretti verso il cinema Greenwich, in via Po, e lì, mettendo in pratica l’autoriduzione, hanno potuto godere gratuitamente di tre spettacoli cinematografici, permettendo anche ai passanti e a chi fosse interessato di prendere parte agli spettacoli.

Una settimana quindi di autoriduzioni e di lotta per sopravvivere alla crisi, quella che è andata in scena a Torino durante lo shopping natalizio. Una settimana che ha avuto, forse, il suo apice, nel tardo pomeriggio di sabato quando, un gruppo di una decina di persone, travestite da babbo natale, sono entrate in un supermercato della periferia torinese e lì, dopo aver riempito i carrelli di generi alimentari e di prima necessità, sono usciti senza pagare e si sono messi a distribuire i prodotti ai passanti e agli avventori. Hanno poi lasciato dei volantini, non firmati, con scritto “Ma quale caro vita?Il cibo c’è, basta andarselo a prendere”. Un’iniziativa quasi “hollywoodiana”, che può strappare un sorriso, ma che fa riflettere, insieme alle altre iniziative di questi giorni, sulla situazione nella quale si trovano a vivere sempre più famiglie italiane, senza soldi per potersi comprare da mangiare e per togliersi lo sfizio di un libro. Non è stata solo Torino però a vivere un week-end pre natalizio, diciamo, un po’ movimentato. Anche a Bologna, e più precisamente a Casalecchio di Reno, un centinaio di attivisti del TpO, dopo aver fatto la spesa al supermercato Esselunga, ha preteso lo sconto del 25% sui prodotti in vendita. La richiesta non è stata accettata dalla direzione del supermercato che, anzi ha pensato bene di chiudere il negozio. Gli attivisti sono quindi usciti dal punto vendita e hanno attraversato il centro commerciale in corteo scandendo slogans quali «Noi la crisi non la paghiamo!» e «Prima di tutto, Natale per Tutti».

Un insieme di iniziative, compiute si da attori diversi, ma che hanno in comune il desiderio di far aprire gli occhi, soprattutto in un periodo come quello natalizio dove lo shopping va per la maggiore e tutti mettono in mostra i loro buoni sentimenti, sulla difficile situazione di giovani, precari, famiglie e anziani che sempre più difficilmente devono fare a meno, non solo più oramai di piccoli svaghi e piaceri, ma di beni di prima necessità.

Tomaso Clavarino

Il Manifesto 23/12/2008


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oggi a Torino in corteo 150.000 persone

 

Come tutti dovrebbero sapere, e come pochi (purtroppo) sanno, la Legge 137 approvata ieri mattina al Senato, e ribattezzata Legge Gelmini dal nome del Ministro all’Istruzione, poco ha a che vedere con l’università: si tratta in effetti di una riforma delle scuole primarie. Riformare la scuola primaria in Italia è inutile, visto il livello di eccellenza che quel tipo di istruzione ricopre in Europa; e certamente i provvedimenti adottati dal Ministro sono poco efficaci (in effetti non sono veri e propri provvedimenti) per contrastare i mali della scuola pubblica itaiana: bullismo, scarsa educazione relazionale ed emotiva eccetera.

Detto questo, resta il punto fermo che la Legge 137 non riguarda l’università.

(Ed è per questo, sia detto tra parentesi, che l’interessante iniziativa del referendum proposta da PD e IDV è del tutto inutile per salvare la ricerca e l’università in Italia.)

A riguardare l’università è invece la legge finanziaria (Legge 133), che tra le altre cose prevede il famoso taglio di 8 miliardi di euro agli atenei, e che è stata approvata dalle Camere a giugno: una legge terribile per studenti, professori e ricercatori, che asciuga, è proprio il caso di dire, le tasche già inaridite della cultura e dell’accademia italiana.

Preso atto di quanto detto, il vortice di accuse scatenato dalla maggioranza nei giorni di discussione della Legge 137 (“gli studenti sono facinorosi”, e peggio: “gli studenti sono pedine inconsapevoli manipolate dalla sinistra”) non è soltanto una vergogna in un Paese civile, in cui si presume che il Governo governi ascoltando le richieste della cittadinanza, ma è anche decisamente pericoloso.

Non mi sembra in efetti essenziale la contraddizione, sottolineata da Berlusconi e soci, per cui studenti e professori universitari si mobilitano occupando gli atenei per protesta contro una legge che non li riguarda. Poco importa, mi pare, che la protesta si sia sviluppata nei confronti della Legge 137 e non nei confronti di altre leggi approvate per direttissima dall’attuale maggioranza, molto più gravi dal punto di vista di una corretta amministrazione democratica dello Stato (come, per fare un esempio, il Lodo Alfano).

E’ indubbiamente vero che la Legge Gelmini non riguarda l’università, e che forse gli studenti avrebbero dovto scendere in piazza già a giugno quando fu approvata la finanziaria. Ma questo cosa dovrebbe provare? Che gli studenti non sanno quello che fanno? Che sono marionette nelle mani di vetero-marxisti del calibro di Veltroni o Di Pietro?

(L’affermazione, se non l’avessimo sentita pronunciare dal Presidente del Consiglio, farebbe ridere per il suo carattere di grottesco surrealismo.)

Decisamente non concordo. Semplicemente l’approvazione della 137 è stato il momento adatto per creare un movimento ampio, molto condiviso, di protesta contro questo Governo e la sua maniera anarchica, fondamentalmente anti-democratica di governare il Paese. Contestare una finanziaria, si sa, è più difficile, soprattutto per il carattere altamente tecnico della discussione parlamentare (è una manovra economica, difficilmente comunicabile alle masse); la Legge Gelmini andrebbe quindi vista come un simbolo più ampio di dissenso e insofferenza per l’erosione della democrazia in Italia operata da Berlusconi e dal suo Governo; un simbolo, in questo senso, di grande importanza politica e sociale.

Oggi, a Torino, a sfilare per il centrocittà eravamo in moltissimi (gli organizzatori dicevano 150.000, attendo questa sera la smentita della maggioranza). Ancora più importante, provenivamo tutti da contesti sociali, politici e culturali molto differenti: c’era l’università, certo, ma anche i licei (il vero grande blocco della manifestazione), i maestri elementari come quelli superiori, i professori universitari, i sindacati della scuola, i centri sociali, i ricercatori precari, gli assegnisti, i semplici cittadini che non vogliono un figlio con il grembiule o un figlio italiano separato da un figlio di immigrati.

Quello di oggi è stato un bel corteo, variegato e molto vitale, pacifco e, soprattutto, unitario. I governi Berlusconi, mi verrbbe da dire, sono la miglior medicina contro le contraddizioni e le lotte intestine della sinistra: racncori colitivati per anni che magicamente, di fronte al ritorno del nemico, si appianano nella costruzione di un nuovo corpo sociale, multiforme ma omogeneo.

L’aspetto di unitarietà e complessità delle forze in campo questa mattina mi sembra il punto più importante che questo movimento ha finora sottolineato, la direzione più interessante che esso portrà prendere nei mesi futuri.

Condivido appieno il timore e insieme la speranza espressi dal professor Gianni Vattimo nella lezione tenuta il 28 ottobre in Piazza Vittorio: che questo movimento non si fermi ora, che non si arrenda di fronte all’evidenza (all’approvazione della Legge al Senato) e non si disintegri di fronte all’oblio mediatico che nautralmente arriverà (quando? domani? la settimana prossima?); che continui per i prossimi mesi e i prossimi anni, che incorpori nelle sue viscere caleidoscopiche altri movimenti che nasceranno da altri disagi (il precariato, la disoccupazione, il razzismo e via così); che continui come è stato oggi, partecipato, vissuto, unitario, capace di permettere espressioni inedite di democrazia (per esempio oggi sfilava anche il politecnico, ateneo, si sa, molto difficile alla mobilitazione politica, almeno a Torino) e di lasciare da parte gli scontri interni e le fratture che straziano da anni il tessuto sociale della sinistra in Italia.

Di fronte ad un Governo che utilizza la pratica della delegittimazione con tanta sicurezza, che govera per decreti, che fa (diciamocelo pure) tutto quello che gli pare e piace (e che ha, tra l’altro, i numeri per farlo) questa mi sembra l’unica risposta pacifica possibile conessa dal momento politico: la piazza, da tanto tempo scordata, la lotta unitaria e continuativa.

 

Gianluca Didino

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Mi sono spesso chiesto come facesse il ministro dell’Istruzione Gelmini a restare tanto stoicamente indifferente di fronte alle critiche, ai tumulti, alle manifestazioni indette in suo onore. E’ vero che accontentare Berlusconi è meglio che cedere alle pressioni della società civile (l’assioma è di chiarezza lapalissiana) ma è anche vero che firmare un provvedimento tanto impopolare è un bel prezzo per far carriera politica.

(Quello che voglio dire è: riusciremo mai, in futuro, a non pensare alla Gelmini come a colei che ha firmato la sepoltura della scuola pubblica italiana? La Moratti poteva permetterselo: era un politico di lunga data, con radici più che solide nell’amministrazione lombarda. Maria Stella viene dalle retrovie di Forza Italia, è ministro proprio perché è debole e ricattabile… certo la sua posizione non è delle più stabili.)

Una risposta interessante a questo quesito viene proposta da L’ESPRESSO del 9 ottobre, in un breve ma illuminante articolo a pagina 21 intitolato “Scambio di poltrona“.

Nel Popolo delle Libertà si sta già parlando , racconta l’articolo, di un probabile scambio di poltrone tra la Gelmini e il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, uno scambio da consumarsi in tempi brevi (entro, poniamo, il 2010). Se queste voci fossero confermate ci troveremmo di fronte ad una delle più chiare manifestazioni della “democrazia liquida” dell’era Berlusconi: il ministro dell’Istruzione, non un vero ministro ma un soggetto politicamente debole, per questo facilmente ricattabile, viene spinto dal Presidente del Consiglio a firmare un provvedimento altamente impopolare ma necessario per altri fini (tagliare le tasse all’istruzione per finanziare i banchieri in difficoltà, per esempio). Visto che questo tipo di politica si può fare solo a suon di decreti e in assenza di un’opposizione, è facile capire che il nome della Gelmini diventerà presto inviso ad ogni ambiente politico e culturale esterno al PDL (Maria Stella, insomma, si brucia prima ancora di nascere). Come risolvere l’inghippo? Facile: la Gelmini viene confinata alla Regione Lombardia, feudo berlusconiano dove gli attacchi esterni non penetrano; e al suo posto viene cooptato un amministratore di vecchia data, un fedelissimo, che si limiterà a concludere il mandato senza niente di vero da fare, ma concedendo alle masse l’illusione di essere migliore del suo predecessore (esattamente come è stato fatto dal centrosinistra nell’ultima campagna elettorale, costruita sul discredito del governo Prodi).

Magie della democrazia moderna…

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«Noi non ci muoviamo da qui. Andremo avanti con queste forme di protesta fino a quando il governo non tornerà indietro sui suoi passi». A Torino martedì arriva la ministra Gelmini, e gli studenti che occupano l’università non si lasciano intimorire dalle minacce di Berlusconi.Lezioni in strada davanti alla Rai di via Verdi, dibattiti e lezioni all’aperto nelle centralissime e mondane piazza Vittorio e piazza Carlo Alberto, facoltà occupate, assemblee ad alta densità di partecipanti e di carica emotiva, cortei per le strade del centro, è così che Torino si presenta in questi giorni agli occhi dei visitatori e dei turisti giunti in città per partecipare al Salone del Gusto e a Terra Madre.E’ cosi che Torino alza la voce contro una serie di riforme che mettono in ginocchio l’istruzione e la ricerca pubblica. Un moto di protesta che non è nato improvvisamente, ma che ha dovuto attendere alcune settimane di incubazione per riuscire ad amalgamare le varie componenti che gravitano attorno all’università, per poi esplodere in questa settimana. Da lunedì sono occupate le facoltà di Agraria e Fisica, dove continue sono le assemblee e gli studenti hanno listato a lutto il palazzo, mentre, da martedì, è in stato di occupazione ad oltranza anche Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche. «Abbiamo aspettato alcune settimane prima di occupare – spiega Dana – per essere sicuri che le nostre ragioni fossero capite dal maggior numero di persone possibile. Sia chiaro che il movimento di protesta è unito in tutto e per tutto, nonostante da più parti si stia cercando di rompere questo fronte. Fisica, Agraria, Lettere, Giurisprudenza, ci stiamo muovendo in un’unica direzione, tutti insieme». Le lezioni proseguono con regolarità in tutte le sedi universitarie, i docenti partecipano alle assemblee e tengono lezioni in piazza, i ricercatori e i bibliotecari, che sono in stato d’agitazione da luglio e che oggi torneranno nuovamente a manifestare sotto il palazzo della Regione, si compattano attorno a queste migliaia di studenti che si ergono a difesa della scuola pubblica. Un movimento compatto ed eterogeneo ,quindi, che,seppur in ritardo rispetto alle sedi che hanno occupato lunedì, ha come epicentro Palazzo Nuovo. La prima notte di occupazione è filata via liscia come l’olio,come racconta Vincenzo:«è andato tutto bene, dal pomeriggio a notte inoltrata. L’assemblea di ieri pomeriggio è stata molto partecipata, c’erano un migliaio di persone, poi alla sera il palazzo si è riempito e sono seguite assemblee e concerti. Di notte a dormire siamo rimasti in più di duecento, fra cui anche alcuni professori». Ma questo è solo l’inizio. In vista dell’arrivo della Gelmini, a Torino il 28 ottobre, il movimento di protesta, che si è ribattezzato Assemblea No Gelmini, proseguirà le occupazioni, bloccando la didattica per tre giorni dal 28 al 30, per permettere a più persone possibile di partecipare ai cortei e alle manifestazioni di protesta. In più continueranno le lezioni all’aperto e le iniziative di controinformazione. Nel frattempo il rettore Ezio Pellizzetti, in una lettera pubblicata sul sito dell’università e ripresa da alcuni quotidiani cittadini, critica le scelte del governo e convoca il senato accademico, in seduta aperta ,per il 15 novembre.« Il rettore è molto abile in questo gioco del dico e non dico – afferma Andrea – Sono settimane che gli chiediamo di convocare un’assemblea generale di tutte le componenti universitarie ma lui fa finta di niente. Poi se ne esce convocando il senato accademico, che seppur aperto, rimane pur sempre un organo elettivo e quindi ristretto. Mentre noi vogliamo che d’ora in poi le scelte vengano prese dal basso». Alla fine se la sono convocata da soli questa assemblea. Ieri pomeriggio, nel cortile del rettorato, studenti, docenti e personale universitario, circa cinquecento persone, hanno discusso e deciso di continuare su questa linea. Una delegazione ha poi salito le scale del rettorato per chiedere un incontro con il rettore. Si è presentato il pro-rettore che, alla delegazione che chiedeva di modificare lo statuto dell’università per scongiurare possibili privatizzazioni, ha risposto titubante. I rappresentanti dell’Assemblea No Gelmini hanno poi garantito lo svolgimento regolare delle lezioni, nonostante lo stato di occupazione, chiedendo però di avere delle garanzie per lo stop delle lezioni nella giornata del 28 ottobre, quando dovrebbe arrivare la Gelmini. Anche su questo punto il pro-rettore non ha risposto affermativamente facendo intuire che sarà difficile soddisfare questa richiesta.

Tomaso Clavarino

Il Manifesto 23/10/2008

 

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Ci piacerebbe anche credere all’ipotesi dei critici soft-core che parlano spesso di riforma Tremonti e non di riforma Gelmini, sottolineando così una lampante verità (e cioè che il ministro Mariastella poco conti negli schieramenti del Popolo; se la riforma si fa è per risparmiare denaro, meglio ancora se sulla pelle di chi non ha più gli strumenti necessari per ribellarsi) ma glissando astutamente sugli aspetti più oscuri del decreto che proprio in questo momento viene discusso al Senato.

Ci sarebbe molto da dire, decisamente troppo.

Ci sarebbe da ripetere ancora una volta come il problema non sia certo la Gelmini (ennesimo ministro-nulla cooptato dal lìder maximo e da lui diretto come in un teatro di marionette) ma piuttosto il disfacimento sempre più rapido della democrazia in questo Paese.

Per evitarre le solite banalità preferiamo proporre al lettore due documenti interessanti comparsi sui media in questi giorni: il primo è lo stralcio di un discorso di Piero Calamandrei (fondatore del Partito d’Azione) del 1950, e che proprio oggi BEPPE GRILLO ripropone nel suo blog. Il secondo è il discorso di Berlusconi sulla necessità di un intervento di polizia per sgomberare le università occupate.

1.

L’ipotesi di Calamandrei.
“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica,intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole , perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi,come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A quelle scuole private. Gli esami sono più facili,si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola previlegiata.
Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.”

(Piero Calamandrei
Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma l’11 febbraio 1950.)

2.

Da Zecchino alla Moratti, dalla Moratti fino alla Gelmini (passando per altrettante tappe intermedie) ecco a voi il disfacimento dell’istruzione pubblica italiana.

Anzi, di più: la “colonizzazione delle coscienze”, per usare un’espressione di Remo Bodei: ecco lo stato liberale delle istituzioni di questo Paese.

Si parla molto di regime e di non-regime. Gli strascichi politici di questo decreto per direttissima la dicono lunga su questo tema: “dittatura bianca” quando si può (rileggetevi, ve lo consiglio, il programma di Licio Gelli per una corretta occupazione dello Stato di diritto; il nesso Forza Italia-P2 è inutile sottolinearlo per l’ennesima volta) e quando la furbizia truffaldina, lo strapotere su mezzi di comunicazione, le infiltrazioni di ogni (oscuro) tipo non funzionano più qual’è la risposta? Le tenute antisommossa.

Restiamo convinti (con Noam Chomsky, Paulo Freire, centinaia di altri) che un Paese privato della propria istruzione (e soprattutto educazione, che è diverso) sia un Paese schiavo del potente di turno.

Colpire la scuola significa molto, troppo, decisamente di più di quanto normalmente (e ingenuamente) si creda.

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La protesta

 

Oggi in piazza anche i bibliotecari precari

Nelle università italiane che si ribellano alle scelte del governo, c’è anche chi, da quasi cinque mesi, è in stato d’agitazione perché non sa se, e con quali tagli allo stipendio, gli verrà rinnovato il contratto. Sono i lavoratori impiegati nei servizi all’utenza delle biblioteche universitarie di Torino. Da anni infatti in più di metà delle quaranta biblioteche dell’Università di Torino affianco al personale pubblico è impiegato personale esternalizzato al quale viene rinnovato il contratto tramite gare d’appalto a scadenza annuale o biennale. «Ogni volta che si va in gara i lavoratori vedono messi in dubbio il loro salario e l’orario – spiega Andrea Guazzotto, da 5 anni lavoratore esternalizzato – Ad ogni gara c’è una corsa al ribasso da parte delle cooperative che vi partecipano. Quest’anno la base d’asta prevede già di suo una riduzione del 10% rispetto a due anni fa». E’ evidente che a pagarne lo scotto siano, in primis, i lavoratori che vedono ad ogni gara decurtato il proprio stipendio. Per di più, quest’anno, una delle due cooperative partecipanti al bando ha già fatto sapere che alcuni posti di lavoro sono a rischio soppressione. «Ci hanno detto che la riduzione è dovuta ai tagli dei finanziamenti pubblici destinati all’università di Torino. Stiamo vivendo sulla nostra pelle cosa vuol dire risparmiare nell’amministrazione pubblica». E’ per questo motivo che oggi parteciperanno allo sciopero generale e sfileranno con i sindacati di base .

Tomaso Clavarino

Il manifesto 17/10/2008

 

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