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Archive for the ‘torino’ Category

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A Torino si prepara un’Onda no global contro il summit sull’università Corteo nazionale degli studenti il 19 maggio nella città sabauda. Per contestare la riunione dei rettori di tutto il mondo Mentre a Palazzo Chigi ministri e rettori si incontravano per delineare il programma di quello che sarà il G8 dell’Università previsto dal 17 al 19 maggio a Torino, gli studenti torinesi esprimevano la loro contrarietà nei confronti di questo appuntamento. Promosso dalla Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane), il G8 University Summit, uno degli appuntamenti di preparazione al vertice di luglio alla Maddalena e al quale parteciperanno i rettori e i presidenti degli atenei degli stati membri dell’istituzione del G8, insieme a quelli di molti altri paesi del mondo, si propone come momento di confronto sul contributo che le università possono dare sui temi dello sviluppo sostenibile, ambientale e sociale che sia. «Sappiamo bene che il G8 non ha nessuna credibilità alla luce delle chiare responsabilità che ha rispetto alla crisi globale in corso e risulta paradossale che sia proprio questa istituzione a voler porre rimedio a ciò che ha contribuito a causare – affermano in un comunicato gli studenti dell’Onda torinese – È inaccettabile quindi come i rettori, pretendendo di rappresentare tutto il mondo dell’università, vadano a interloquire con gli stati membri del G8, legittimando così il sistema economico-politico che da questi viene avallato». Quella che emerge è quindi una spaccatura sempre più netta tra rettori e studenti, tra le figure istituzionali che rappresentano il mondo accademico nelle alte sfere e le persone che vivono quotidianamente l’università, che pagano le tasse sempre più salate e che vedono sempre più svalorizzato il loro percorso di studi. «Nel summit verrà proposta l’immagine vincente di un’università trasformata e globalizzata – continua il comunicato – in realtà abbiamo oggi un’università in crisi, contraddittoria, con un livellamento verso il basso dei saperi trasmessi e che sfrutta i soggetti che li producono condannandoli ad una condizione di lavoro e di vita precaria». L’Onda torinese si propone quindi di organizzare un contro-G8 aperto a tutti. «Nei giorni del summit – spiega Marta – organizzeremo dibattiti, incontri, conferenze e assemblee aperte a tutti, studenti, docenti, lavoratori, insomma tutti quelli “che sono l’Università”». È stato lanciato poi per martedì 19 maggio un corteo nazionale che si snoderà per le vie di Torino e che si prevede farà convergere nella città sabauda migliaia di giovani. Sarà il ritorno dell’Onda in chiave anti-G8, dove le mobilitazioni dell’autunno incroceranno quelle della scorsa settimana contro il G20 di Londra e la Nato di Strasburgo. Gli studenti torinesi lanciano una stoccata preventiva alle Ferrovie dello Stato: «Auspichiamo che per i giorni del summit non si ripeta il solito schema per cui viene negato, dietro costi improponibili, il diritto alla mobilità dalle proprie città. Non vorremmo di nuovo ritrovarci, dopo le mobilitazioni di quest’autunno, a condurre trattative interminabili con le Ferrovie dello Stato». La mobilitazione studentesca prenderà avvio mercoledì prossimo quando si svolgerà un’assemblea pubblica cittadina, alle ore 17.30, a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, «per cercare di creare una rete contro questo G8 – continua Marta – nella quale si proverà a costruire rapporti più approfonditi con quelle realtà territoriali come i no Tav, i no Dal Molin e via dicendo, che si sono mossi in questi anni per la salvaguardia dei beni comuni».

di Tomaso Clavarino

il Manifesto 12/4/2009

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Sarà un capodanno all’insegna della musica dance quello che andrà in scena all’Oval la notte di San Silvestro. Sul palco, allestito all’interno della struttura che durante le Olimpiadi ha ospitato le gare di pattinaggio velocità, si alterneranno alcuni dei più importanti protagonisti della scena dance internazionale lanciati, in quella che sarà un vera e propria maratona di musica elettronica , dal gruppo rock torinese per eccellenza, i Subsonica. La band capitanata da Samuel accompagnerà gli spettatori fino al brindisi di mezzanotte per poi lasciare spazio prima ad un live dei Motel Connection e poi ai tre dj-set che faranno ballare giovani e meno giovani fino alle prime luci dell’alba. Dopo il live del trio, nato nel 2000 a Torino, composto da Samuel, Pisti e Pierfunk, sarà la volta, in ordine di apparizione, di Boosta, Mauro Picotto e Josh Wink. «La prevendita dei biglietti sta andando a gonfie vele, sono già stati staccati migliaia di tagliandi» fanno sapere gli organizzatori, che ricordano le modalità di acquisto dei tagliandi «il costo della serata è di 35 euro se si acquistano i biglietti in prevendita, tramite i circuiti ticketone, vivaticket e ticket.it, di 45 euro se si decide di prenderli direttamente alla porta la sera stessa dell’evento. Incluso nel prezzo anche un flut di spumante». Chi volesse anche partecipare alla cena di gala, organizzata su di una terrazza panoramica allestita all’interno dell’Oval, dovrà rivolgersi alla Souait Entertainment (011-0608216) per prenotare e poter così gustare, al prezzo di 120 euro (incluso il biglietto d’ingresso per la serata), un ricco menu innaffiato da vini piemontesi e champagne. Per chi invece volesse mangiare qualcosa “al volo” durante lo show, sarà allestito un punto ristoro con panini, hot-dog, hamburger e patatine. Sono dell’ultima ora le novità che riguardano i mezzi di trasporto per poter raggiungere il palazzetto sede dell’evento. «Siamo giunti ad un accordo con Gtt – spiegano gli organizzatori – che aumenterà la frequenza dei passaggi del tram 18 blu, da ogni ora a ogni mezz’ora, per poter così raggiungere l’Oval più velocemente e senza il rischio di muoversi in macchina, magari dopo aver bevuto un bicchiere di troppo». La linea 18 blu, che fa parte del servizio nightbusters messo in piedi dal Gtt per le notti festive, avrà i capilinea in piazza Vittorio, come tutte le altre linee notturne, e in corso Maroncelli. La fermata alla quale bisognerà scendere è quella in prossimità di Eataly e del centro commerciale 8 Gallery, all’altezza di via Nizza 230. Da lì bisognerà poi fare una breve passeggiata per raggiungere l’ingresso dell’Oval i cui cancelli apriranno alle ore 20. Per poter avere ulteriori informazioni è possibile consultare il sito internet dedicato all’evento, www.futurfestival.com, sul quale, oltre al programma completo e alle indicazioni per raggiungere la location per chi dovesse arrivare da aeroporto e autostrade, sono anche segnalate delle convenzioni con hotels cittadini per chi venisse da fuori città e volesse passare a Torino qualche giorno e non solo la notte di San Silvestro.

Tomaso Clavarino

La Repubblica 28/12/2008

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A Torino iniziative nei supermercati e alla Feltrinelli

Sono le 16, le vie del centro di Torino sono stracolme di persone. Va in scena lo struscio pre natalizio. C’è chi compra, chi entra nei negozi e ne esce senza sacchetti e chi guarda solamente le vetrine, tutti in rigorosa fila indiana, immersi in quel lungo serpentone che si snoda per le centrali via Roma, via Po e piazza Castello. Sembra tutto nella norma, ma non lo è. C’è qualcosa che disturba questa scena “idilliaca”. Una musica molto forte si incunea nel vociare degli amanti dello shopping. «Cos’è sto casino?» si chiedono in molti. Sono i ragazzi dell’Onda. Liceali ed universitari si sono dati appuntamento davanti alla libreria Feltrinelli per continuare la protesta, iniziata in settimana, contro la mercificazione della cultura, le politiche di copyright e il caro-libri. “Contro la crisi autoriduzione” è la scritta che capeggia sul banchetto allestito all’esterno della libreria, sul quale sono stati riversati centinaia di libri usati, provenienti dalle biblioteche dei ragazzi, offerti in omaggio ai passanti. Passanti che, all’inizio un po’ intimoriti da questa iniziativa che ha scombussolato la monotonia del sabato prima di natale, hanno usufruito in buon numero di questo “servizio”. Anche, e soprattutto, quando sul banchetto sono stati rovesciati alcuni scatoloni di libri fuori catalogo ottenuti dopo un lento, ma fruttuoso, “lavoro ai fianchi” della direzione della libreria, da parte degli studenti.

«In un paese sempre più colpito dalla crisi economica prodotta dai banchieri e dagli imprenditori, così come dai governi di destra e di sinistra degli ultimi anni – hanno affermato in un comunicato – gli studenti precari hanno deciso di riprendersi una parte di quella ricchezza intellettuale che contribuiscono ogni giorno a produrre, ma della quale vengono quotidianamente espropriati. Il costo sempre più scandaloso dei libri di testo e delle opere scientifiche e letterarie impedisce ai giovani e ai precari di accedere a un sapere indispensabile per la formazione culturale di tutte e tutti. Anche regalare un libro, per queste vacanze, risulta per molti difficoltoso: i prezzi si aggirano su una media dei 30 euro, un costo proibitivo per la generazione degli 800 euro al mese». Questa iniziativa si lega a quella portata avanti, sempre dagli studenti dell’Assemblea No – Gelmini, martedì scorso, e si inserisce nella battaglia a favore di un sapere libero. Dopo un presidio sotto la Siae, in serata gli studenti si sono diretti verso il cinema Greenwich, in via Po, e lì, mettendo in pratica l’autoriduzione, hanno potuto godere gratuitamente di tre spettacoli cinematografici, permettendo anche ai passanti e a chi fosse interessato di prendere parte agli spettacoli.

Una settimana quindi di autoriduzioni e di lotta per sopravvivere alla crisi, quella che è andata in scena a Torino durante lo shopping natalizio. Una settimana che ha avuto, forse, il suo apice, nel tardo pomeriggio di sabato quando, un gruppo di una decina di persone, travestite da babbo natale, sono entrate in un supermercato della periferia torinese e lì, dopo aver riempito i carrelli di generi alimentari e di prima necessità, sono usciti senza pagare e si sono messi a distribuire i prodotti ai passanti e agli avventori. Hanno poi lasciato dei volantini, non firmati, con scritto “Ma quale caro vita?Il cibo c’è, basta andarselo a prendere”. Un’iniziativa quasi “hollywoodiana”, che può strappare un sorriso, ma che fa riflettere, insieme alle altre iniziative di questi giorni, sulla situazione nella quale si trovano a vivere sempre più famiglie italiane, senza soldi per potersi comprare da mangiare e per togliersi lo sfizio di un libro. Non è stata solo Torino però a vivere un week-end pre natalizio, diciamo, un po’ movimentato. Anche a Bologna, e più precisamente a Casalecchio di Reno, un centinaio di attivisti del TpO, dopo aver fatto la spesa al supermercato Esselunga, ha preteso lo sconto del 25% sui prodotti in vendita. La richiesta non è stata accettata dalla direzione del supermercato che, anzi ha pensato bene di chiudere il negozio. Gli attivisti sono quindi usciti dal punto vendita e hanno attraversato il centro commerciale in corteo scandendo slogans quali «Noi la crisi non la paghiamo!» e «Prima di tutto, Natale per Tutti».

Un insieme di iniziative, compiute si da attori diversi, ma che hanno in comune il desiderio di far aprire gli occhi, soprattutto in un periodo come quello natalizio dove lo shopping va per la maggiore e tutti mettono in mostra i loro buoni sentimenti, sulla difficile situazione di giovani, precari, famiglie e anziani che sempre più difficilmente devono fare a meno, non solo più oramai di piccoli svaghi e piaceri, ma di beni di prima necessità.

Tomaso Clavarino

Il Manifesto 23/12/2008


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Una location avveniristica, della musica di livello ed una regia d’avanguardia. Questi tre elementi, messi insieme, daranno vita al primo grande evento di capodanno a Torino. Non solo più, quindi, concerti in piazza e fuochi d’artificio, ma un festival musicale di richiamo nazionale.

Il Futur Festival, questo il suo nome, è nato dalla collaborazione tra Movement e Casasonica, due delle realtà più vivaci del panorama musicale torinese,«dopo il grande successo di Movement ad halloween – spiega Juni Vitale, uno degli organizzatori – abbiamo pensato di organizzare a Torino un capodanno diverso, che potesse richiamare gente anche dal resto d’Italia, e che potesse offrire qualcosa di alternativo ai giovani torinesi, molti dei quali, ci sembra di aver capito, sono stufi di festeggiare in piazza o nei soliti locali ». La location sarà l’Oval, «un modo per far vivere di più strutture bellissime, che in giro per il mondo ci invidiano, ma che purtroppo sono poco sfruttate», e sul palco si alterneranno musicisti e djs di fama internazionale, per quello che sarà, non un concerto, non una serata techno, ma un festival musicale nel vero senso della parola, con concerti live affiancati da diversi dj set.

Apriranno le danze i Subsonica, a tutti gli effetti la punta di diamante della scena musicale torinese, che, per la prima volta a Torino, saranno seguiti sul palco dai Motel Connection che, nati nel 2000 dall’incontro tra Samuel, voce dei Subsonica, Pisti e Pierfunk, sono una delle realtà più innovative della musica club italiana. Dopo questi due concerti live sarà la volta dei dj set che si alterneranno fino all’alba e che vedranno al lavoro sui mixer tre dj diversi, ma tutti di livello.

Il primo sarà Boosta, tastierista dei Subsonica che da alcuni anni è impegnato con ottimi risultati anche in consolle, seguito da Mauro Picotto, piemontese anche lui ed uno dei più famosi dj del mondo. Fondatore dell’etichetta Meganite, le sue serate si svolgono in alcuni dei locali più famosi del globo come il Ministry of Sound di Londra, lo Space di Miami o l’Arc di New York. Picotto chiuderà il cerchio degli artisti piemontesi e lancerà in consolle l’ospite straniero della serata, Josh Wink. Nato a Philadelphia è uno dei personaggi più stimati del mondo della musica techno, e porterà a Torino il suo inconfondibile sound, sperimentale ma allo stesso tempo ballabile. Artisti di primo piano per una serata che, nelle intenzioni degli organizzatori, «dovrà essere anche un momento di celebrazione per la vittoria di Torino come “Capitale europea dei giovani per il 2010”».

Un evento che non sarà gratuito, ma che «costerà 35 euro – afferma Juni Vitale – un prezzo popolare visti anche i costi dei locali per la sera di capodanno, che arrivano a costare anche 100 euro» e che, gli organizzatori sperano possa richiamare non meno di 8mila persone, «la cifra minima, ce ne aspettiamo ben di più ». «Si cercherà di rendere questo evento il più sicuro possibile – continua Vitale – e proprio in quest’ottica abbiamo chiesto al comune di intercedere con Gtt per predisporre dei collegamenti con l’Oval per far si che si possa raggiungere con dei mezzi pubblici. Il comune si è mostrato subito disponibile ma da Gtt non abbiamo ancora ricevuto risposte». Risposte che gli organizzatori sperano possano arrivare a breve, «per così poter organizzare al meglio il primo grande evento di capodanno nella storia di Torino».

Tomaso Clavarino

La Repubblica 7/12/2008

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Impressioni sul film di Matt Aselton

La vita è una vasca piena d’acqua da cui non si può uscire, ma non per questo bisogna smettere di nuotare: questo è ciò che vuol dire Gigantic, mostrandoci nella prima scena il ratto da laboratorio numero 7, che si arrende sempre troppo presto durante i test sulla depressione. E Brian, il giovane protagonista della storia, sembra avere lo stesso problema di questo animale: taciturno e introverso, desidera da sempre adottare una bimba cinese. Alla fine del film ci riuscirà, con al suo fianco una ragazza, Happy, con cui iniziare una probabilmente felice relazione d’amore.
La storia in effetti racconta di un riscatto, in primo luogo da parte di Brian ma anche da parte di Happy; entrambi i giovani per alcuni lati si sentono insoddisfatti della propria vita, ma riusciranno a farsi forza e a non cedere, sconfiggendo gli ostacoli che, inevitabilmente, si incontrano. Lei capirà che, nonostante l’arrivo della bimba adottiva, vuole continuare la sua relazione con Brian, e quest’ultimo realizzerà il sogno della sua vita dopo anni di attesa.
La trama, di per sé, non è particolarmente originale, e pecca forse di esilità: ma questa mancanza è compensata da una buona caratterizzazione dei personaggi, compresi quelli di contorno, da dialoghi vivaci e divertenti, e parentesi surreali, cospargendo sul film una patina di bizzarria senza scadere nel ridicolo.
C’è il barbone che attenta continuamente alla vita del protagonista, senza nessun motivo evidente; e Brian ha sempre la peggio negli scontri con quest’uomo, non riuscendo nemmeno a ferirlo per quanto lo colpisca. Nel loro ultimo incontro, però, subito dopo la cena per festeggiare l’adozione a cui Happy non è venuta, riesce finalmente ad averne ragione, uccidendolo. Forse perché ha infine capito di dover andare avanti in ogni caso, per quanto possa essere ferito, in questo momento, dall’assenza di Happy o, più in generale, dalle normali avversità della vita?
E da notare è il fatto che, a colleghi o familiari che gli chiedono ragione dei lividi provocatigli dal barbone, Brian li attribuisce sempre ad una “partita fra amici”; alla domanda di Happy, invece, quando è per lui ancora una sconosciuta, risponde con la verità, “sono stato aggredito da un barbone”, tornando però, qualche giorno dopo, quando fra loro si è creato un legame e ha nuovamente subito uno scontro con quell’uomo, alla scusa della partita. Perché alle persone che si hanno più vicine non si possono confidare i propri problemi più difficili – e inspiegabili, come la quasi apatia che sembra appartenere al protagonista del film.
Tutti i personaggi della commedia, comunque, hanno un che di surreale e assurdo, come a dire che la normalità non esiste – e questo è semplicemente un dato di fatto da accettare: il padre di Happy, così, è un ricco uomo d’affari con delle idee tanto recise quanto immotivate su praticamente qualsiasi argomento, abituato a poter trattare chiunque come un inferiore. Ma non risulta, in fondo, antipatico, poiché lo spettatore è messo in condizione di vederne le debolezze e i lati più umani, ad esempio nel suo affetto per la figlia. La famiglia di Brian è anch’essa composta da persone tutt’altro che positive, e tuttavia non antipatiche: il fratello che ha degli affari più o meno legali con degli imprenditori cinesi e passa le serate ad ubriacarsi, il padre che non si è mai comportato come tale per sua stessa ammissione e, affrontando l’argomento, se la cava con un discorso tutt’altro che sensato. C’è poi l’amico scienziato, quello che fa gli esperimenti sui ratti e passa la vita in laboratorio a bere vodka mischiata ad alcohol etilico nei becher, e la madre di Happy che nemmeno riconosce la figlia al telefono, totalmente incapace di darle aiuto e conforto in un momento di bisogno.
L’opera prima di Matt Aselton, quindi, è una gradevole commedia sulla vita e le persone, una riflessione leggera ma non per questo meno valida.

Maria Luisa Brizio

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Impressioni sul film di Rupert Wyatt

Durante la proiezione di The escapist ritenevo che scriverne la recensione fosse un compito non troppo impegnativo. Un film scorrevole, ben orchestrato, dal linguaggio fluido e dal ritmo coinvolgente. Poi sono arrivati gli ultimi dieci minuti, e ho scoperto che il film è più profondo di quanto lasci apparire.
La conclusione attiva nell’assetto narrativo spunti e significazioni rimasti latenti: è una chiave che apre uno scrigno di sensi fin a quel punto ben celati da un linguaggio attento a non discostarsi troppo dagli schemi tradizionali. Nonostante la rivoluzione di prospettiva apportata dal finale, ho intenzione di dividere questa recensione in due parti: il film “normale” (tutta la pellicola escluse le ultime sequenze), e il film più profondo (la ri-lettura della normalità seguendo un percorso interpretativo illuminato dalle rivelazioni in chiusura).
The escapist racconta la fuga da un carcere di massima sicurezza di cinque detenuti. Frank, condannato all’ergastolo, è il più vecchio e ha ideato il piano in tutti i minimi dettagli. Ha deciso di fuggire perché la figlia è in fin di vita e vuole rivederla un’ultima volta.
La struttura narrativa si svolge su due piani temporali ad alternanza reciproca: il tempo della preparazione e il tempo della fuga. Lo spettatore assiste all’evolversi del progetto nella mente dei cinque, poi incorre in una sequenza ad alto contenuto di azione in cui i protagonisti stanno già scappando, per poi di nuovo tornare indietro nel tempo alle fasi di progettazione. Il tempo presente (pensare la fuga) si proietta sulle frequenti prolessi (ciò che avverrà) in un movimento oscillatorio incessante, avanti e indietro. La costruzione formale è una prima occasione per ragionare sul binomio immaginazione-realizzazione: può il pensiero essere così pragmatico da adeguarsi all’evento dell’azione? L’immaginazione può agire sulla realtà? Questo aspetto tornerà utile quando parlerò del finale.
La suspence è degna del miglior film di azione e lo spettatore è gettato nei sotterranei della prigione per seguire la rapida marcia dei fuggitivi incalzati dalle forze dell’ordine. Frank e il ragazzo più giovane del gruppo riusciranno a raggiungere la metropolitana, lo sbocco alla società civile, alla libertà. La macchina da presa inquadra gli ultimi, difficili passi di un Frank ferito e spossato avviato all’imboccatura del tunnel. Dal basso verso l’alto, il protagonista compie la sua ultima ascesa verso un mondo senza celle. The escapist potrebbe essere un film sull’aria aperta, sulla dolcezza del vento e sul candore delle farfalle. Un film sulla libertà contrapposta alle angustie e alle ingiustizie della reclusione.
Ma non è così. L’ennesimo sbalzo indietro, nel presente, riporta lo spettatore alle ultime fasi del progetto di fuga. Quando tutto è pronto, Frank riceve una visita dalla moglie: la figlia è morta. La sua fuga non ha più senso. Mentre i compagni fuggono davvero, Frank è coinvolto in un regolamento di conti fra detenuti e viene accoltellato a morte.
Tutte le prolessi inserite dall’inizio del film non sono che gli ultimi atti di immaginazione di Frank: come sarebbe andata se fosse fuggito con gli altri. Compie un atto di invenzione pura. Le scale della metropolitana affrontate a fatica sono solo nella sua testa. Il cielo, le nuvole, l’aria sono un’immagine della sua mente, sono il suo ultimo sforzo di rompere con l’uniformità grigia in cui da anni è recluso. Prima di morire, Frank confida al suo assassino che la vera libertà sta nella forza del desiderio: l’andare oltre, il trascendere le pareti scrostate della realtà per lasciarsi avvolgere dalle possibilità infinite delle costruzioni narrative. Nei suoi ultimi attimi di vita non fa che ri-creare un film (un romanzo, un racconto breve…): un personaggio interno alla narrazione diventa il responsabile fittizio della narrazione stessa.
Il carcere non è più un’enclave in cui gli scarti dell’umanità sono reclusi in nome dell’ordine sociale; non è più uno spazio a sé, un’eccezione alla retta via. Il carcere diventa allegoria dell’intera società molteplice e frantumata, grigia, drogata e controllata da un potere corrotto: la nostra realtà. Non c’è via di uscita pragmatica, al momento: tutto va troppo male. Del resto, come fuggire dalla realtà stessa?
Forse solo tramite il sogno. Il vero fuggitivo è l’autore di immaginazioni proiettate al (im)possibile. Non è un caso che l’ultimo atto di Frank prima di essere pugnalato è quello di terminare la lettura di un romanzo. L’immaginazione al potere, allora, anche a costo di essere un potere immaginato, fragile a confronto con la forza bruta della materia.
I sotterranei della prigione sono spazi costruiti dall’immaginario del protagonista: l’architettura del sottomondo ricorda incredibilmente le ambientazione di Alien, o de Il signore degli anelli. Frank perpetua per l’ennesima volta un impulso inalienabile all’uomo: inventare, opporre una soluzione fantastica al brutto del qui e ora. Il significato del film, allora, non è un semplice percorso dialettico fra prigione e libertà. Il senso in gioco riguarda anche il rapporto fra realtà e finzione. Viviamo in un’epoca in cui non si riesce più a credere in un altro mondo possibile, la gabbia che ci rinchiude al di qua di Utopia è infrangibile. La condizione della contemporaneità è una prigione buia e ingiusta, le sbarre sono solide. È bene iniziare a non accettare più le regole e a far suonare i nostri oggetti metallici contro queste sbarre. Tornare a fare rumore perché ci sentano, di nuovo. Arriveranno tempi in cui potremmo costruire mondi possibili e anche realizzabili. Ora non ci resta l’immaginazione come unica pulsione propositiva.

Francesco Migliaccio

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Impressioni sul film di Woo Ming Jin

Mentre entravo al cinema per assistere allo spettacolo, ho cominciato ad immaginarmi un po’ come potesse essere un film malese.
Sì, insomma, nonostante mi sia già imbattuto in film estremo-orientali, non avevo mai nemmeno sentito parlare di un film malese.
Mentre rimanevo seduto in attesa che la proiezione iniziasse mi sono reso conto che non sapevo cosa aspettarmi: è stata un’autentica prima volta.
Successivamente, ho letto che Kurus era stato inizialmente ideato per la televisione malese, e solo in seguito si è pensato ad un allargamento per il “grande” pubblico.
Si tratta, se vogliamo definirlo così, di un prodotto DOC.
Il film, infatti, agli occhi di un occidentale si presenta inconsueto.
Inconsueto, perché nel corso dell’ora e trenta minuti circa, mantiene un ritmo costante, sembra quasi che niente possa smuovere lo scorrere lento ed inesorabile degli eventi, che ti costringe ad una visione totalmente diversa da quella, per noi più consueta, dei prodotti holliwoodiani, in cui dal momento in cui ti siedi fino ai titoli di coda è il ritmo e la rapida successione dei fatti a trasportarti all’interno della storia. In Kurus, invece, il ritmo ricorda quello dei granelli di sabbia in una clessidra: all’inizio si pensa che il fondo non si riempirà mai e invece, quasi incredibilmente, dopo un’ora ci si accorge che la testa della clessidra si è svuotata. Il film è sicuramente meno noioso che guardare per un’ora i granelli di sabbia di una clessidra, la storia mi ha interessato ed è narrata con molta semplicità e un po’ di tenerezza per certi aspetti.
Alì, il quindicenne protagonista della vicenda, si ritrova a doversi dividere tra i problemi dell’adolescenza e una condizione familiare non troppo rosea: vive col padre che non riesce a pagare i suoi debiti di gioco, il bulletto della classe lo tormenta, la nuova professoressa d’inglese molto avvenente gli mette in circolo gli ormoni e sembra, però, ricambiare le attenzioni del giovane protagonista.
In quest’opera, ed è il regista stesso a dirlo, c’è anche un po’ di autobiografia: “Io stesso avevo una cotta per la mia insegnante a sedici o diciassette anni e in quel periodo le cose erano sempre innocenti ed eccitanti. Immagino che il film sia per me una sorta di fantasia, perché nella vita reale la mia insegnante non si è mai accorta di me”.

Simone Traversa

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